Studio: anche i medici sono pirati


FinSenza titolo 1ora abbiamo sempre scritto di problemi legati al download di materiale vietato legato all’area ludica, ricreativa, ma ma un lavoro di ricerca svela un aspetto che sfugge ai più e che rivela come la condivisione di materiale illegale sia anche molto diffusa in campi molto più settoriali come quelli delle riviste scientifiche. La maggior parte di quest’ultime, infatti, ha il copy-right e rende invece libero un abstract del lavoro, se invece si vuole leggere tutta la ricerca scientifica bisogna pagare od abbonarsi.

La ricerca effettuata in modo molto scientifico è stata incentrata su un sito, dove c’era gente molto specializzata nel campo medico, dottori, infermieri, tecnici, studenti.

Il sito era un forum di discussione, ma con un’eccezione, aveva un reparto dove era possibile che ogni utente fino a tre volte al giorno richiedesse un certo articolo, accompagnando la richiesta con il link all’abstract free fornito dalla rivista.

Qualche altro utente del sito, forse iscritto a quelle riviste, effettuava il download dell’intero articolo, rendendolo disponibile a tutti.

In tal modo sono stati condivisi oltre 5000 articoli ed il sito aveva oltre 125.000 utenti registrati. Gli articoli di Nature sono stati i più richiesti, seguiti da Science, e da altri famosi giornali scientifici.

Calcolando un costo medio di 30 dollari per il download (il prezzo richiesto da molte riviste), l’industria editoriale stava potenzialmente perdendo 1,4 milioni dollari l’anno a causa del sito.

Fra le considerazioni finali dell’autore della ricerca, al primo posto sta sicuramente il discorso etico.

Soprattutto perché in campo medico una certa condotta morale è importante e la condivisione di materiale illegale è eticamente discutibile.

C’è però da considerare che il mancato guadagno di 1,4 milioni di dollari è distribuito fra 2.867 riviste e atti di convegni, quindi la perdita non è sostanziale.

C’è inoltre da considerare la pubblicità e le letture in più che hanno ricevuto articoli che altrimenti non sarebbero stati notati.

Questo, però, calcolando che esistono molti siti simili a quello oggetto della ricerca, non può essere calcolato in modo efficace, né per quello che riguarda la perdita di denaro, né per quello che riguarda i maggiori introiti ottenuti tramite la pubblicità.

Oltretutto il vantaggio possibile per le riviste è incidentale, e, mentre potrebbe essere una piccola consolazione, non rende la pratica accettabile.

Ma l’autore a questo punto si chiede se ci possa essere una soluzione, anche perché e cita Steve Jobs dell’Apple, “Non c’è modo di proteggere dei contenuti se non tenendo segreti”.

Anche qui come per la musica, bisognerebbe che gli editori, si inventassero una sorta di sistema di accesso formalizzato. Anche perché altrimenti, si ritroveranno nelle stesse situazioni dell’industria cinematografica e musicale, ossia davanti ad un fenomeno ritenuto eticamente giusto e difficilmente arginabile.


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