Verizon: un miliardo di furti digitali nel 2010


La divisione business di Verizon, colosso statunitense delle TLC, ha messo a punto un report denominato “2010 Data Breach Investigations Report”, una indagine che si è avvalsa addirittura della collaborazione dei servizi segreti a stelle e strisce. I dati che la ricerca “snocciola” con dovizia di particolari sono piuttosto allarmanti: nel corso di quest’anno, infatti, si raggiungerà la cifra non indifferente di un miliardo di “furti digitali”, ovvero il furto di dati sensibili dai PC quali numeri di carte di credito, password, nomi ed indirizzi email, numeri di conti bancari, numeri di telefono e tutto quello che si può trovare negli hard disk degli utenti connessi al web.

La drammatica cifra sarebbe stata raggiunta nel corso di sette anni di attività da parte di “pirati” del web, spesso a scopo di lucro o di frode, altre volte senza conseguenze alcune per le vittime di questi furti. Nel documento di 64 pagine si legge come quasi la metà (48%) delle violazioni dei dati sensibili, siano state causate da persone che hanno utilizzato in modo non autorizzato dati aziendali. Solo il 40% dei furti, quindi, sono avvenuti da parte di malintenzionati per via telematica, mentre ci sarebbe un inquietante 14% di caso riconducibile agli “attacchi fisici”. Davvero preoccupante il primo dato, quello che parla chiaramente di impiegati, dipendenti di aziende si rivoltano contro i loro stessi datori di lavoro per i motivi più disparati, che possono andare dalla vendetta personale per un licenziamento non atteso alla vera e propria corruzione da parte di aziende concorrenti.

Tra i “pirati professionisti”, invece, sono stati identificati con certezza esponenti della criminalità organizzata proveniente per lo più dall’Europa dell’est e dall’America del nord (84% dei casi), che utilizzano indifferentemente sistemi come malware o phishing mirato, per email o per telefono. Alla base di tutto ci sarebbe quindi soprattutto la scarsa conoscenza degli strumenti informatici proprio da parte di chi li utilizza quotidianamente per il proprio lavoro, persone che non avrebbero gli “strumenti culturali” idonei per difendersi da tentativi di attacchi alla privacy dei dati aziendali da parte di soggetti esterni.


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